Il commento al Vangelo di domenica 10 settembre. AMARE PERDONANDO, PERDONARE AMANDO In evidenza

Il commento al Vangelo di domenica 10 settembre.

AMARE PERDONANDO, PERDONARE AMANDO…

Accogliamo in questa domenica, il capitolo 18 del vangelo di Matteo, dove Gesù pronuncia alcuni insegnamenti riguardo la vita della comunità. Così l’evangelista desidera affermare una dimensione fondamentale della fede: la vita nella comunità, che lungi dall’essere ideale, è segnata dalla fatica, dalla divisione, dagli errori e dalle cadute. In questo contesto cogliamo quanto la Parola di Dio intercetti la nostra vita e incontri le medesime logiche che appartengono all’uomo di tutti i tempi: ieri come oggi il vivere comunitario è segnato da momenti di caduta, da difficoltà e da divisioni.

Cosa emerge dalla Parola circa la vita della comunità? Anzitutto l’assoluta necessità della misericordia, che deve animare le relazioni tra fratelli e sorelle nel gestire i momenti di errore di ciascuno. Così la comunità non è vista, nè da vedere, come gruppo dei perfetti, dove nessuno sbaglia, dove tutto e tutti vanno sempre bene, dove non si incontrano difficoltà e fatiche, ma come insieme di persone segnate dalla fragilità e dal limite, che, in nome della fede, vivono in modo nuovo e diverso anche l’errore e la caduta.

Un altro aspetto significativo, diretta conseguenza di quanto affermato, è il senso di responsabilità reciproca che deve animare le relazioni comunitarie. Non si è comunità perché dentro lo stesso recinto, perché l’uno accanto all’altro, neppure perchè si condividono i medesimi progetti; si è comunità poiché si vivono relazioni dove ciascuno si sente responsabile della vita e della salvezza dell’altro. Risuona in questo aspetto, quanto scritto nella Genesi, dove Caino a Dio che chiede conto di dove sia Abele, risponde: “sono forse io il custode di mio fratello?”(Gen.4,9). Nell’autentica comunità ciascuno non è abbandonato al suo destino, non è escluso o dimenticato, ma è oggetto di particolare attenzione e cura, proprio nel momento dell’errore e del peccato, da cui deve essere liberato e sanato, grazie alla presenza e all’impegno di tutti.

E il cammino proposto da Matteo si allarga sempre più fino a coinvolgere l’intera comunità. Gesù insegna l’arte della correzione, che non si improvvisa, che non è naturale, ma deve essere frutto di un impegno a partire dalla fede.

“Va’…” Gesù non chiede di attendere che l’altro che ha sbagliato venga, che si avvicini, che si decida, ma invita a diventare gli uomini e le donne del “primo passo”. Il desiderio della comunione pone nel cuore l’ansia missionaria di andare e ricomporre la comunione ferita, come anche salvare il fratello dall’errore commesso: la preoccupazione del discepolo non è verso se stesso, verso il proprio diritto leso, verso l’offesa subita ma la priorità è verso l’altro, la preoccupazione che l’altro sia corretto nel male compiuto. La correzione non è in funzione di se stessi, ma prima di tutto è in funzione dell’altro, della sua salvezza, della sua guarigione. E questo è assolutamente inedito e richiede la potenza della fede, che converte la logica con la quale si affronta umanamente l’errore subito: si giudica, si invoca la giustizia, si organizza la difesa, si allontana chi ha sbagliato, si esigono le scuse. Niente di tutto questo: nella fede chi ha subito l’errore deve andare e correggere l’altro con attenzione e misericordia. Comprendiamo allora come la prima conversione debba viverla non chi ha sbagliato, ma chi è stato ferito, chi ha subito l’errore.

Che cosa deve fare il cristiano maturo? Ammonire il peccatore, certo, ma con molta carità. Lo ammonisca nell’ora opportuna, lo ammonisca con umiltà e chiarezza, lo ammonisca coprendo la sua vergogna, non svelandola agli altri, dunque da solo a solo. Chi compie la correzione, deve avere il cuore di Gesù che perdona, non disprezza e non si nutre di pregiudizi. Deve farlo con lo spirito del buon pastore che, nella parabola raccontata subito prima da Gesù, va a cercare la pecora che si è perduta ( Mt 18,12-14). Deve farlo non perché la legge è stata infranta, ma perché chi ha peccato ha fatto del male a se stesso, ha scelto la via della morte e non quella della vita. Va dunque tentato tutto il possibile affinché chi si è smarrito ritrovi la strada della vita e chi ha offeso il fratello ritrovi la via della riconciliazione.

Un passo ulteriore coinvolge la comunità intera, chiamata a divenire responsabile di quel fratello e a porre in essere ogni tentativo per ricondurlo alla conversione. Non si chiede che la comunità diventi “tribunale” che sentenzia ed emette giudizi ma spazio della misericordia, dove si sperimenta la potenza della comunione, che diventa intercessione e collaborazione nell’edificazione vicendevole. Ciò che Gesù invita a fare è salvare la comunione sempre e comunque. Egli chiede che in mezzo alle tensioni, ai conflitti, alle contese e alle offese che inevitabilmente avvengono in ogni comunità permanga il desiderio di comunione, la volontà di edificazione comune, la responsabilità intelligente di ciascuno verso tutti. Quando avviene il peccato grave e manifesto, nella comunità cristiana occorre operare con creatività, sapienza, pazienza e, soprattutto, misericordia. Se consideriamo lo stile delle comunità comprendiamo quanto siamo chiamati ad una conversione, poiché l’arte di ammonire e correggere l’altro, arte certo delicata e difficile, lascia il posto all’indifferenza da parte di chi è troppo preoccupato di se stesso e della propria salvezza per pensare agli altri. L’assemblea non è un tribunale di ultima istanza, ma un’occasione per ascoltare la voce dei fratelli e delle sorelle nel corpo di Cristo, la chiesa.

“Se non ascolterà neanche la comunità, la chiesa, sia per te come il pagano e il pubblicano”. Gesù giunge all’estremo limite. Se vengono esauriti tutti i tentativi di correzione fraterna e di riconciliazione, allora occorre prendere le distanze per conservare la pace e non incattivire il fratello, occorre considerarlo come se fosse un pagano o un pubblicano, con la disponibilità, tipica di Gesù, ad incontrare, accogliere sempre e guarire (Mt 9,11; 11,19). Anche quando l’altro decide di allontanarsi, deve rimanere la disponibilità ad accogliere, perdonare, guarire, riconciliare, rispettando i tempi dell’altro e la sua libertà.

Ciò che si chiede e si consegna al discepolo è il perdono, espresso con la formula: “tutto quello che legherete sulla terra sarà legato in cielo, e tutto quello che scioglierete sulla terra sarà sciolto in cielo”. Il potere del legare e dello sciogliere, conferito da Gesù a Pietro (Mt 16,19), è dato anche a ogni cristiano affinché eserciti il ministero della riconciliazione, sapendo che il perdono prima che a chi lo riceve fa bene a chi lo sa donare, perché ha un potere di liberazione non dal male commesso, ma prima ancora dal male ricevuto e dalle conseguenze che esso può avere nel cuore di chi ha subito il torto (rancore, risentimento, odio).

Il “salvataggio” di un fratello, di una sorella, è opera delicata, faticosa, che richiede pazienza e deve essere ispirata solo dalla misericordia. Perché tutti siamo deboli, tutti cadiamo e abbiamo bisogno di essere aiutati e perdonati: nella comunità cristiana non ci sono puri che aiutano gli impuri o sani che curano i malati. Prima o poi conosciamo il peccato e abbiamo bisogno di un aiuto veramente misericordioso, l’aiuto che verrebbe da Dio. Nessuno si salva da solo, ma ciascuno ha bisogno essenziale dell’altro e degli altri, da accogliere con umiltà.

Proprio per questo Gesù chiede ai i suoi discepoli che, quando pregano, siano in comunione. Non basta pregare gli uni accanto agli altri, non basta pregare con le stesse formule o compiere gli stessi gesti. Affinché la preghiera sia autentica e la liturgia gradita di Dio, occorre essere comunione. Allora la preghiera viene esaudita. E bastano pochi, due o tre che pregano nella fede di Cristo Signore, perché Cristo stesso sia presente. Sì, Gesù è presente là dove si vive l’amore, la carità tra i fratelli, tra le sorelle, non dove si è perfetti da sé, ma dove ciascuno è da una parte la mano tesa per essere rialzato e dall’altra la mano tesa che aiuta l’altro a rialzarsi .

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