Il commento al Vangelo di domenica 17 settembre: "Senza se e senza ma..." In evidenza

Il commento al Vangelo di domenica 17 settembre.

 

“SENZA SE E SENZA MA…”

In questa domenica si compie il percorso nell’ambito dei cinque grandi discorsi di Matteo, con i quali l’evangelista ha tracciato le linee essenziali della vita comunitaria, consegnando gli atteggiamenti da avere per poter vivere insieme in modo autentico e significativo. Il vangelo di questa domenica è collegato con quello della domenica scorsa e si incentra sulla modalità da avere nel momento in cui si incontra il male nel fratello. Il richiamo alla correzione fraterna, enunciato domenica scorsa si completa con il messaggio di questa domenica.

Nel vangelo Pietro solleva una questione alla quale Gesù risponde subito in modo perentorio, per poi presentare una parabola che presenta il modo di agire di Dio, che il discepolo autentico deve contemplare ed imitare. Questo perché la fede non si limita a credere in Dio, ma deve tradursi nella decisione di vivere come Dio. Pietro presenta a Gesù il tema del perdono e propone la misura già alta di per sé: 7 volte, che è numero di pienezza e totalità. Così si erge a misura alta della misericordia (7 volte); una misura che viene oltrepassata da Gesù stesso: “non ti dico fino a sette volte, ma fino a settanta volte sette”, cioè sempre, all’infinito. Emerge che il nucleo della questione è questo: Pietro pone un limite al perdono (“perdono fino a….”), mentre Gesù cancella ogni limite (“perdono sempre…”). Per quanto alta la misura di Pietro presenta dei “se” e dei “ma”, mentre Gesù propone una forma che non prevede ne ammette “se” e “ma”. Ed è una meta comprensibilmente lontana e impossibile alle forze umane. Ma constatare questa umana impossibilità non deve condurre alla rassegnazione e alla legittimazione al non perdono, ma deve spingere ad intraprendere la strada che permette a ciò che è umanamente impossibile, di divenire possibile.

La parabola di Gesù è in questa direzione: non è solo esemplificativa, ma pedagogica.

Gesù presenta un servo che deve restituire una enorme cifra, impossibile da rimborsare; così si inginocchia davanti al re e lo supplica: “Sii grande di animo con me e ti restituirò ogni cosa”. Il re preso cioè da un sentimento di misericordia, lo lascia andare e gli condona il debito. Siamo in presenza di un re che ha un cuore capace di lasciarsi ferire dal male patito dal suo servo.

Ma il servo liberato viene messo alla prova, incontrando un altro servo anch’esso debitore di una cifra modesta. Questa situazione è un’opportunità per il primo servo perché il beneficio ricevuto diventi realtà nella sua stessa vita. La presenza del fratello debitore è preziosa, poiché rende capace alla misericordia di Dio di potersi esprimere in tutta la sua forza di liberazione nella vita del servo; oppure è grave poiché è capace di vanificare il dono ricevuto. Questo aspetto aiuta a saper cogliere la preziosità di ogni momento nel quale si sperimenta il limite dell’altro, il suo sbaglio e il suo errore. Ed è momento che prima o poi giunge in ogni relazione!

Così la terza scena presenta il frutto della parabola: il re ha perdonato il servo, ma nella sua vita il perdono non si esprime poiché il servo a sua volta non ha usato la medesima logica: non perdonare l’altro fa sì che il servo blocchi e distrugga il flusso di misericordia che si era attivato nel cuore del re verso di lui. Ecco rivelato il fondamento di ogni azione di perdono: la memoria di essere stati perdonati. Il cristiano deve fare memoria di essere stato perdonato dal Signore con una misericordia gratuita e preveniente, di aver beneficiato di una grazia insperata, per questo non può non fare misericordia a sua volta ai fratelli e alle sorelle, debitori verso di lui in modo certo meno grave.

Se uno non sa perdonare all’altro senza guardare al numero di volte in cui ha concesso il perdono allora non riconosce ciò che gli è stato fatto, il perdono di cui è stato destinatario. Dio perdona gratuitamente, il suo amore non va mai meritato, ma occorre semplicemente accogliere il suo dono e, in una logica diffusiva, estendere agli altri il dono ricevuto.

Niente perdono da parte di Dio a noi, se noi non perdoniamo gli altri. O meglio, se non siamo ministri di questa misericordia ricevuta da Dio, che ci perdona sempre e ci ha perdonati una volta per tutte attraverso Gesù Cristo, egli ritira il suo perdono, come l’ha ritirato al servo inizialmente perdonato. Sarebbe una smentita del Dio che si professa e si proclama, l’essere da lui perdonati e poi non perdonare gli altri… La chiesa è una comunità di perdonati che perdonano, per questo al suo cuore c’è l’eucaristia, in cui si vive la remissione dei peccati a parte di Dio affinché siamo a nostra volta ministri di perdono e di misericordia nella chiesa stessa e nella compagnia degli uomini, nel mondo.

Per i cristiani la misericordia di Dio è il tratto essenziale per conoscerlo ed è l’azione con cui Dio stesso ci mette in comunione con sé: è il modo in cui Dio rivela la sua onnipotenza e con cui l’uomo può rivelare e testimoniare l’incontro con Dio: non sono le buone azioni, le belle celebrazioni, le pie preghiere ma è la capacità di perdonare in nome e come Dio, che rivela la nostra fede! Se andiamo per un istante al momento della crocifissione, a proposito del ladrone si scrive che “vistolo spirare in quel modo disse: veramente quest’uomo era il figlio di Dio” (Mc.15,39). Chiediamoci: qual è questo modo di morire di Gesù che è stato convincente il cuore del centurione? E’ stato morire  ingiustamente, subendo il più atroce dei castighi, perdonando e continuando ad amare. Non è facile accettare questo volto di Dio, perché noi umani abbiamo dentro di noi un concetto di “giustizia umana” e pretendiamo di proiettarlo su Dio. Ma Gesù ci ha rivelato il volto di Dio come volto di colui che “ci ha amati mentre gli eravamo nemici, ci ha perdonati mentre peccavamo contro di lui, ci è venuto incontro mentre noi lo negavamo (Rm  5,8.10). Certamente non è sulle forze umane che l’uomo può esercitare il perdono, ma unicamente permettendo a Dio di operare in lui e attraverso di lui. Emerge qui la forza dei sacramenti, che vanno vissuti in modo diverso da come spesso vengono vissuti: come “momenti” dove si fruisce della grazia di Dio per se stessi e non come esperienza di contatto con Gesù, che ci dona ciò che serve, ma che soprattutto ci trasforma in Lui, ci trasfigura e travasa in noi i sentimenti che hanno abitato il Suo cuore, come Paolo invita “abbiate in voi gli stessi sentimenti che furono in Cristo Gesù” (Fil.2,5). Alla radice del perdono c’è dunque una profonda esperienza di spiritualità, di contatto con Gesù attraverso la preghiera e i sacramenti, per essere trasfigurati e “cristificati” e divenire capaci di compiere le Sue stesse opere.

Nell’invito di Gesù a perdonare c’è anche un segreto per vivere sereni e in pace, liberi, perché liberati proprio dal perdono, che prima che a chi lo riceve fa bene a chi lo dona. Il perdono ha il potere di liberare il proprio cuore dal male che l’altro ha deposto, che assume la forma dell’ira, del rancore, della vendetta, della indifferenza: tutti sentimenti negativi che non diventano buoni perché giustificabili per il male dell’altro: restano sempre un male e fanno male. Mediante il perdono all’altro si libera il proprio cuore!                                                                              

E’ scritto: “perdonare è liberare un prigioniero e scoprire che quel prigioniero eri tu. Chi non sa perdonare spezza il ponte sul quale egli stesso dovrà passare”

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