Il commento al Vangelo di Domenica 28 "Il bene è esigente il bene e non può convivere con nessuna forma di male. Altrimenti diventa un bene “annacquato”, insipido, inquinato e offuscato" In evidenza

Mc  1,21-28

In quel tempo,21a Cafàrnao Gesù, entrato di sabato nella sinagoga, insegnava. 22Ed erano stupiti del suo insegnamento: egli infatti insegnava loro come uno che ha autorità, e non come gli scribi. 23Ed ecco, nella loro sinagoga vi era un uomo posseduto da uno spirito impuro e cominciò a gridare, 24dicendo: «Che vuoi da noi, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il santo di Dio!». 25E Gesù gli ordinò severamente: «Taci! Esci da lui!». 26E lo spirito impuro, straziandolo e gridando forte, uscì da lui. 27Tutti furono presi da timore, tanto che si chiedevano a vicenda: «Che è mai questo? Un insegnamento nuovo, dato con autorità. Comanda persino agli spiriti impuri e gli obbediscono!». 28La sua fama si diffuse subito dovunque, in tutta la regione della Galilea.

Dopo il racconto della vocazione dei primi quattro discepoli (cf. Mc 1,16-20), Marco sottolinea che Gesù non è più solo. Ormai c’è una piccola comunità alla sequela di questo rabbi e questa comunità crescerà e accompagnerà Gesù, coinvolta nella sua vita fino alla fine. L’evangelista ci presenta dunque una giornata-tipo vissuta da Gesù e dai suoi discepoli: la “giornata di Cafarnao” (cf. Mc 1,21-34), scelta da Gesù come “residenza”, dove sostavano di tanto in tanto, nelle pause dei loro itinerari in Galilea e in Giudea.

Com’era vissuta da Gesù una giornata? Egli predicava e insegnava, incontrava delle persone liberandole dal male e curandole, pregava.  Ecco come il vangelo ci narra questa giornata di Gesù. È un sabato, il giorno del Signore, Gesù e i suoi discepoli si recano alla sinagoga di Cafarnao dove, dopo la lettura di un brano della Torah di Mosè e di una pericope dei Profeti, Gesù prende la parola, come era possibile fare ad un uomo. un semplice credente del popolo di Israele, è un laico, non un sacerdote, ed esercita questo diritto. Gesù stupisce i presenti per l’“autorevolezza”. Gesù ha un’autorevolezza simile a quella di Mosè, che gli viene dall’essere stato reso profeta da Dio e da lui inviato. Marco ha appena presentato Gesù come colui sul quale si sono aperti i cieli e sono scesi lo Spirito di Dio e la sua Parola che lo ha definito Figlio amato, abilitandolo così al ministero profetico (cf. Mc 1,10-11).

Che cosa c’è di diverso nel suo predicare? In lui vi è una parola che viene dalle sue profondità, una parola che sembra nascere da un silenzio vissuto, una parola detta con convinzione e passione, una parola detta da uno che non solo crede a quello che dice, ma lo vive. È soprattutto la coerenza vissuta da Gesù tra pensare, dire e vivere a conferirgli questa autorevolezza che si impone. Gesù sa penetrare al cuore di ciascuno dei suoi ascoltatori, i quali sono spinti a pensare che il suo è “un insegnamento nuovo”, sapienziale e profetico insieme, una parola che viene da Dio, che scuote, “ferisce”, convince.

L’autorevolezza di Gesù si mostra subito dopo in un atto di liberazione. Nella sinagoga c’è un uomo tormentato da uno spirito impuro, che si oppone allo Spirito santo di Dio che abita in Gesù. La presenza di Gesù nella sinagoga è una minaccia per questa forza demoniaca, ed ecco allora che la verità viene gridata: “Che c’è tra noi e te, Gesù Nazareno? Sei venuto a rovinarci? Io so chi tu sei: il Santo di Dio!”. E’ particolare che lo spirito impuro dice una formula vera: “Tu sei il Santo di Dio” (cf. Gv 6,68-69). Ma questa “professione”  è finalizzata a generare scandalo e incredulità a distanziarsi da Gesù stesso. Ed è un questo che emerge al forza negativa di quella professione: non è per entrare in comunione con Gesù, ma per allontanarsi massimamente da lui. Gesù intima: “Taci!”, gli impedisce di fare una proclamazione senza adesione, senza sequela. Si noti l’imposizione del silenzio da parte di Gesù: il grido dell’indemoniato è formalmente una confessione di fede,ma non è per una sequela. Ed è diabolico confessare la retta fede senza porsi alla sequela di Gesù! Lungo tutto il vangelo secondo Marco è testimoniata questa preoccupazione di Gesù circa la manifestazione della propria identità. Il silenzio che Gesù sempre chiede riguardo la Sua messianicità e divinità è giustificato dal fatto che può esserci la tentazione di seguirlo in modo superficiale, perché incantati dai prodigi da lui compiuti, o per una sana abitudine.

Ma la vera fede sarà quando avendo seguito Gesù fino alla fine, lo si vedrà appeso alla croce. Solo allora – attesta il vangelo – la confessione del lettore può essere vera, fatta in verità e con conoscenza profonda, insieme al centurione che, vedendo Gesù appeso al legno, proclama: “Davvero quest’uomo era Figlio di Dio!” (Mc 15,39). La presenza di Gesù nella sinagoga, ambito sacro della religiosità ebraica, fa emergere quanto, anche in un contesto apparentemente sacro, ci possa essere la presenza del male, che è muto, serpeggia silenziosamente, quasi senza farsene accorgere. Ma la santità di Gesù non riesce e non può convivere con nessuna forma di male, ma è esigente ed esige che il male venga fuori e scompaia. Gesù non scende a compromessi con il male, non lo tollera, non lo giustifica, non convive con esso. E’ un richiamo forte a tutti noi che spesso con la bocca proclamiamo la nostra fede, riconosciamo Gesù Signore, ma con la vita seguiamo logiche “demoniache” che ci allontanano da Gesù stesso: sono le logiche del mondo opposte alle logiche del vangelo. Sono i tanti compromessi con i quali impariamo a convivere, le logiche di male che integriamo nel nostro vivere, parlare, agire senza quasi accorgerci più del male. Ma il bene è esigente il bene e non può convivere con nessuna forma di male. Altrimenti diventa un bene “annacquato”, insipido, inquinato e offuscato e perde la sua credibilità e autorevolezza.

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