Il commento al Vangelo di domenica 3 dicembre "Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento" In evidenza

Il commento al Vangelo di domenica 3 dicembre.

Mc  13,33-37

...In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:" 33 Fate attenzione, vegliate, perché non sapete quando è il momento. 34 È come un uomo, che è partito dopo aver lasciato la propria casa e dato il potere ai suoi servi, a ciascuno il suo compito, e ha ordinato al portiere di vegliare. 35 Vegliate dunque: voi non sapete quando il padrone di casa ritornerà, se alla sera o a mezzanotte o al canto del gallo o al mattino; 36 fate in modo che, giungendo all'improvviso, non vi trovi addormentati. 37 Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!"

Con questa domenica, prima del tempo delle venute di Cristo (Avvento), iniziamo la lettura del Vangelo secondo Marco che ci accompagnerà in questo nuovo anno liturgico (B). Marco pone ancora davanti ai nostri occhi la venuta del Figlio dell’uomo alla fine dei tempi e ci istruisce su come attendere quel giorno. Secondo l’evangelista più antico, la manifestazione gloriosa del Figlio dell’uomo avverrà dopo una tribolazione nella quale l’assetto attuale del mondo sarà sconvolto e avrà fine (cf. Mc 13,5-23). Allora tutta l’umanità sarà posta di fronte alla visione del Figlio dell’uomo veniente sulle nubi con grande potenza e gloria (cf. Mc 13,24-27; Dn 7,13-14). Sarà un evento estrinseco alla storia e alla volontà umana, che realizzerà un decreto del Padre: il Figlio dell’uomo instaurerà per sempre il suo Regno e, attraverso i suoi messaggeri, radunerà i chiamati da lui. Visione apocalittica, rivelativa, le cui immagini devono evocare l’inenarrabile azione di Dio, che è e sarà sempre azione di salvezza e di liberazione. La parusia, la venuta gloriosa, coinciderà con la fine dell’attuale creazione e l’avvento della nuova, un evento che avverrà certamente ma la cui ora non è conosciuta da nessuno se non da Dio, come Gesù afferma subito prima del nostro brano liturgico: “Quanto a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre” (Mc 13,32). Neppure Gesù li conosce, lui che, nella condizione di vero uomo in tutto simile a noi eccetto il peccato (cf. Eb 4,15), ignora e dunque non può dichiarare quell’ora che verrà improvvisa, sia che gli umani la attendano sia che non l’attendano. Certo, ci sono dei segni che possono ammonire, segni che richiedono un discernimento attento: come, osservando le gemme del fico, al loro gonfiarsi si può intravedere che l’estate è vicina, così i credenti, leggendo in profondità gli eventi della storia, possono comprendere che “il giorno del Signore” (jom ’Adonaj) è vicino e che il Figlio dell’uomo è alle porte (cf. Mc 13,28-31).

Questa venuta ultima è anticipata da mille altre venute, quelle che quotidianamente siamo chiamati ad accogliere nella nostra vita, nelle nostre relazioni, nel nostro lavoro, sapendo che sempre è vera quella parola di Gesù: “Ecco io sono con voi tutti i giorni fino alla fine”. E la fede è la palestra che abilita a guardare con gli occhi di Dio e a sentire con il suo cuore, per cogliere questa venuta. E’ questo, e solo questo aspetto di fede e di vita, che caratterizza quel senso di novità entro le pieghe del tempo e della storia; che libera giorni sempre uguali a se stessi dalla vuota routine che spesso scade nella noia e nella meccanica ripetizione, che appesantisce e svuota: non c’è allora da cercare cose nuove, distrazioni fuori del nostro ambito di vita; c’è piuttosto da cogliere come la mia storia sempre uguale a se stessa, si riveste di luce nuova perché scelta e visitata da Colui che è Luce, e che venendo “rende nuove tutte le cose”. E’ vivere nella speranza, nella novità perenne, nello stupore. E’ finalizzare quanto sono e quanto faccio a qualcosa di “altro” e di “oltre”. Occorre recuperare lo sguardo dello stupore: di chi si ferma, contempla e scopre ciò che ad uno sguardo veloce, superficiale e frettoloso non poteva cogliere: allora fermati dinanzi alla tua vita, alla tua famiglia, alla tua casa, al tuo lavoro. Fermati e contempla.La venuta di Gesù, pienezza che riempie, è preceduta dall’esperienza del limite delle cose umane e della storia. L’evento apocalittico è sempre la cifra dell’arrivo del Signore: nella storia e nella mia vita. L’umano finisce e lascia spazio al divino. Questo è vero a livello generale e particolare. Ogni venuta deve necessariamente innestarsi sul limite di ciò che era prima. Questo dispone ad un atteggiamento di calma e fiducia pur nell’esperienza, altrimenti spaventosa, del limite e della fine. Ed è esperienza che si ripete ogni volta anche per noi. Quando viene Gesù nella nostra vita, Egli si innesta sull’esperienza del limite di ciò che vivo: il limite di una relazione, il limite di un progetto, il limite del lavoro, il limite della mia persona. Il limite allora diventa prezioso poiché è propedeutico ad una venuta. E ogni limite comporta la delusione umana che si illumina di nuove senso poiché anche questa si orienta verso una pienezza. E’ noi? Siamo chiamati nella fede e attraverso la fede a cogliere questo aspetto inedito e forte: il limite, a cui dare nome e da accogliere, la delusione umana, da cui partire e che orienta verso il compimento della venuta di Gesù. Paradossalmente il limite e la delusione sono i segni che il Signore si sta avvicinando alla nostra vita in quel medesimo momento in cui percepiamo qualche limite: nostro o di chi ci sta accanto. E proprio affinché i discepoli attendano quel giorno ed esso non li colga all’improvviso, Gesù consegna loro un’ammonizione nella quale è contenuto anche l’abbozzo di una parabola. Egli comincia dicendo: “State in guardia e vegliate”. All’inizio del discorso escatologico, e poi altre due volte prima di questa, Gesù ripete: “State in guardia” (blépete: Mc 13,5.9.23). Qui lo ribadisce per la quarta volta, in modo dunque incalzante, unendo questo monito all’altro: “Vegliate” (agrypneîte; in modo analogo, con il martellante verbo gregoréo ai vv. 34, 35 e 37). Stare in guardia, attenti, e vegliare è un atteggiamento assolutamente necessario nella lotta, e la vita cristiana è una lotta, un combattimento contro l’intontimento spirituale, il letargo della consapevolezza, l’assopimento della convinzione nella fede, il raffreddamento della carità (cf. Mt 24,12). Altre volte nel vangelo secondo Marco Gesù richiama i discepoli a questa vigilanza per ascoltare la parola di Dio (cf. Mc 4,24), per non essere influenzati dal lievito dei farisei (cf. Mc 8,15), dall’ipocrisia degli scribi (cf. Mc 12,38), dall’inganno di quanti predicono il futuro come se lo conoscessero (cf. Mc 13,23). Egli vuole che i discepoli siano convinti della venuta gloriosa del Figlio dell’uomo, perché questo ormai è il solo evento che conta veramente e definitivamente nella storia. Anche l’Apostolo Paolo chiederà alla comunità cristiana questa vigilanza, questa capacità di stare svegli destandosi dal sonno, perché il giorno del Signore è vicino (cf. Rm 13,11). Il momento non è conosciuto, occorre dunque attenderlo per essere pronti ad accogliere il Veniente, il Signore stesso!

Il Signore Gesù è ciò che conta veramente. L’incontro con lui è l’unico senso della vita. Stare attenti è allora non deviare da questo obiettivo, non sostituirlo subdolamente con altri o con altro, rimanere fedeli, pur nel nostro vivere nel mondo e nella storia, con questo unico obiettivo. E la tentazione, cui quotidianamente siamo esposti è appunto quella di orientare il senso della nostra vita altrove: cercare noi stessi in ciò che facciamo e non la gloria di Dio; usare le persone e le situazioni per dare senso alla nostra vita e non per donare gratuitamente quanto gratuitamente ricevuto; confidare nelle nostre sicurezze umane e affettive e non unicamente ed esclusivamente sul Signore. Ciò equivale ad “essere nel mondo, ma non del mondo”. “Stare attenti, vigilare” è appunto avere questa tensione sempre orientata unicamente verso Gesù: in ogni istante, in ogni situazione. Ecco allora, di seguito, la breve parabola. Un uomo parte per un viaggio lontano dalla sua casa e, nel lasciarla, dà potere ai suoi servi e ordina al portinaio di vigilare. Detto questo, Gesù si rivolge direttamente ai discepoli, perché è chiaro che quella parabola li riguarda direttamente: presto egli partirà – sarà infatti catturato, condannato e ucciso – e i suoi discepoli resteranno senza di lui. Vi sarà dunque un tempo contrassegnato dalla sua assenza, ma i discepoli hanno ricevuto ciascuno una missione, un compito e c’è anche qualcuno che, come il portinaio, è chiamato a vegliare sull’intera comunità. Le responsabilità affidate sono diverse e certamente il portinaio (figura sotto la quale si può cogliere anche un’allusione a Pietro, che spesso Marco distingue dagli altri undici) ha un compito superiore a quello degli altri: a lui è stato dato molto e sarà richiesto molto di più (cf. Lc 12,48), perciò soprattutto lui deve stare in guardia sulla casa e sui servi lasciati in essa. In questa allusione al portinaio vogliamo cogliere un senso di responsabilità gli uni verso gli altri. Il senso della fede si deve sempre tradurre in una disponibilità a divenire “portinai” gli uni degli altri, a vivere con attenzione la vita dell’altro, stando attenti a che non si perda, non si smarrisca. E’ l’impegno a vegliare gli uni sugli altri e ad avere fiducia gli uni verso gli altri; fiducia ed umiltà, sapendo che si è legati da responsabilità di fede: vegliare su mio marito, su mia moglie, sui miei figli, sui miei vicini di casa, sui fratelli della mia comunità. Vegliare non equivale a pretendere che essi facciano ciò che penso io, ciò che decido io, ciò che dico secondo i miei schemi e principi, ma equivale a vivere con la castità di chi vuole lasciare che l’altro viva la sua vita e realizzi il suo incontro con il Signore Gesù. Occorre vivere relazioni nelle quali non si è auto referenziati e autoreferenziali: io non sono la meta dell’altro e non posso esserlo. L’altro deve camminare non verso me, ma attraverso me.

Si tratta dunque di vegliare, perché quell’uomo, il Signore della casa, verrà. Attenzione, non si dice che “ritornerà”, perché nei Vangeli mai si parla di “ritorno”, bensì di “venuta” del Signore. Egli è il Veniente (ho erchómenos), che sempre può venire: alla sera, a mezzanotte, al canto del gallo, o al mattino… le ore del sonno o del primo risveglio! Potrà venire alla sera, l’ora in cui proprio i tre discepoli più vicini a Gesù – Pietro, Giacomo e Giovanni –, chiamati a vegliare in preghiera per soffrire insieme a Gesù tentato nell’imminenza della sua passione e morte, dormivano (cf. Mc 14,32-42). Potrà venire all’ora del canto del gallo, quando Gesù sta davanti al sommo sacerdote ed è processato, mentre Pietro lo rinnega dicendo di non averlo mai conosciuto, come il Signore gli aveva anticipato (cf. Mc 14,66-72). Potrà venire all’alba, quando la tomba di Gesù si presenta vuota perché egli è risorto da morte, ma i discepoli restano increduli anche di fronte all’annuncio pasquale delle donne discepole (cf. Mc 16,1-11). Sono ore di rivelazione di Gesù, ore della sua venuta, eppure i discepoli, i Dodici, le hanno disertate tutte, e significativamente Marco mette in luce questi fallimenti, questa non vigilanza. Per questo saranno le donne a ricevere l’annuncio pasquale e l’ordine di andare a proclamare ai suoi discepoli e a Pietro che Gesù è risorto e li precede tutti in Galilea, là dove li aveva chiamati e dove aveva vissuto con loro: è una chiamata a ricominciare… Vegliare nella notte, vigilare, stare attenti e in guardia, sono tutte espressioni che indicano ciò che compete a ciascun discepolo, in particolare a chi è chiamato a vigilare in modo particolare, essendo posto come sentinella sulla casa e sulla comunità del Signore. Queste sentinelle hanno anche il compito di tenere svegli gli altri, di impedire loro di assopirsi e dormire. “Sentinella, a che punto è la notte?” (Is 21,11), è la domanda che i cristiani rivolgono ai loro pastori, ma purtroppo a volte anche i pastori non vegliano e dormono, incapaci di rispondere alle attese di quelli che sono stati loro affidati. E ciò che Gesù ha detto ai quattro discepoli sul monte degli Ulivi (i tre di cui sopra, più Andrea: cf. Mc 13,3), lo indirizza anche a tutti gli altri: “Quello che dico a voi, lo dico a tutti: vegliate!”. Ebbene, chiediamoci: noi cristiani, che vogliamo essere discepoli di Gesù, attendiamo ancora veramente la sua venuta? Siamo quelli che Paolo definiva “in attesa della manifestazione del Signore nostro Gesù Cristo” (cf. 1Cor 1,7)? Il grande Basilio di Cesarea ammoniva: “‘Che cosa è specifico del cristiano?’. ‘Vigilare ogni giorno e ogni ora ed essere pronti nel compiere pienamente la volontà di Dio, sapendo che nell’ora che non pensiamo il Signore viene (cf. Mt 24,44; Lc 12,40)’” (Regole morali 80,22). E i padri del deserto, dal canto loro, arrivavano a dire: “Non abbiamo bisogno di nient’altro che di uno spirito vigilante” (Detti dei padri, collezione alfabetica, Poemen 135), perché sapevano e avevano sperimentato che la vigilanza è la matrice di tutte le virtù cristiane.

Il cristiano dovrebbe vivere la vigilanza anche vegliando nella notte, vivendo l’attesa nel suo corpo, nella sua carne, e non lasciandola relegata ai pensieri pii. Ma in ogni caso, il fine del vegliare, anche sottraendo ore al sonno, è l’acquisizione della consapevolezza di ciò che si è e della responsabilità che si ha nella compagnia degli uomini e nella comunità del Signore. Vigilare è vivere con i sensi svegli, resistendo all’intorpidimento spirituale, al venire meno della sovraconoscenza dataci dalla fede. Vigilare è aderire alla realtà ed essere fedeli alla terra, sapendo e affermando di essere sempre alla presenza di Dio, “tempio dello Spirito santo” (1Cor 6,19) e corpo del Cristo risorto nella storia. Vigilare è resistere allo spirito dominante e conservare la capacità di critica, per non piegarci al “così fan tutti!”.

Vegliare chi aspetta,                                                                                                                                                  
aspetta chi accoglie e sa vivere il vuoto, come spazio da riempire;                                                                                               
veglia chi ama;                                                                                                                                                         
 veglia chi è paziente e sa attendere senza pretendere tutto e subito;                                                                         
veglia chi tiene accesa la lampada della fede, della preghiera;                                                                             
veglia chi invece che “vedere” sa “ascoltare”

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