Il commento al Vangelo di domenica 8 ottobre "Servire e non servirsi". In evidenza

Il commento al Vangelo di domenica 8 ottobre "Servire e non servirsi".

SERVIRE E NON SERVIRSI

Siamo accompagnati in questa domenica da una parabola che ancora una volta riprende il tema della vigna, come la scorsa domenica (Mt 21,28-32). Quella della vigna è una immagine significativa nella letteratura biblica: la vigna è coltivazione che richiede cura e amore ed esige un’attenzione stabile del vignaiolo verso di essa. Questo legame duraturo caratterizzato da una profonda passione ha indotto i profeti a intravedere in esso i segni dell’amore tra Dio e il suo popolo e l’immagine della vigna esprime in molti testi biblici il vincolo di alleanza. Tra gli altri Isaia aveva cantato “il canto di amore dell’amante per la sua vigna“ (Is 5,1), con modalità molto simili al testo evangelico di questa domenica. Gesù dunque riprende questa immagine, alludendo alla storia tra Dio e il popolo: una storia travagliata, ferita. Da una parte l’attenzione amorevole del vignaiolo, che dopo le cure, affida la vigna ai contadini con la speranza di ottenere frutti. E al momento del suo ritorno, l’amara constatazione del tradimento della fiducia e del rifiuto da parte dei contadini. Se ci soffermiamo sull’atteggiamento dei contadini, notiamo come abbiano smarrito la profonda verità di aver ricevuto la vigna e di non esserne i padroni, ma solo i servi. In essi la tentazione di possedere ha preso il sopravvento sulla realtà. Questa dinamica è talmente forte e radicata che ogni tentativo da parte del padrone di richiamare i contadini e riportarli al giusto rapporto da avere, viene soffocato. Alla paziente disponibilità del padrone corrisponde l’arroganza dei contadini. Questa pazienza arriva a scegliere il figlio, con la speranza che riconoscendolo signore consegnino il dovuto. Ma anche questa speranza si infrange e i contadini, accecati ancor più dalla gelosia, uccidono l’erede, portandolo fuori dalla vigna e dalla città. Questo racconto anticipa in maniera chiara gli eventi che Gesù dovrà affrontare: egli sarà condotto fuori e ucciso. Gesù stesso pronunciando la parabola mostra la piena consapevolezza della sua missione. Gesù sa che il Padre non l’ha mandato nel mondo perché subisca la morte violenta; sa che il Padre, come il padrone della vigna, lo ha inviato perché sperava, perché spera di essere accolto. E anche se questa è la fine dolorosa che lo attende, Gesù sa che l’ultima parola spetta comunque al Padre. Conoscendo le sante Scritture e pregandole, sa infatti che – come sta scritto – la pietra che proprio i costruttori (questo è il termine con cui si chiamavano i capi religiosi del tempio) avrebbero scartato, messo fuori dalla costruzione, Dio l’avrebbe scelta e posta come testata d’angolo, facendo poggiare su di essa tutta la costruzione. Gesù crede, aderisce a questo piano di Dio profetizzato e cantato nel salmo  118.                  La parabola è rivolta al popolo di Israele. Infatti la fine del vangelo annuncia che il Regno verrà tolto e consegnato ad altri. Quindi Gesù si rivolge al popolo che aveva la fede e stigmatizza un atteggiamento che è quello di vivere la fede non per servire Dio, ma per servirsi di Dio al fine di affermare se stessi.

Se la vigna appartiene al padrone, vuol dire che essa viene donata ai contadini e questi debbono viverla con il medesimo atteggiamento di dono, senza la pretesa di appropriarsene di diventarne padroni, di usarla per ottenere loro i frutti. La vera fede porta a maturare un atteggiamento di verità, di disponibilità, di obbedienza e di servizio nei confronti di Dio che si traduce nel vivere tesi ad affermare la sua gloria e non la propria; desiderosi di portare frutto per lui e non per dimostrare la propria bravura, la propria superiorità sugli altri.

E’ una logica di fede presente nell’Israele di quel tempo, ma anche oggi: spesso anche in noi che riconosciamo, celebriamo, veneriamo Dio, ma alla fine siamo preoccupati di affermare noi stessi, di realizzare non la sua volontà, ma il nostro volere umano. Ed è una tentazione tanto sottile e subdola, quanto forte: la tentazione di sostituirsi al Signore, magari con il semplice stare al centro, sentendosi non servi, ma padroni. Anche nella chiesa può accadere come nella parabola. Gesù continua a venire e a riportare una verità che spesso è sentita come scomoda da accettare e da vivere; viene a fare luce sui tanti atteggiamenti religiosi che in apparenza sono rivolti a Dio, ma nella realtà il vero dio della vita siamo noi stessi. E come nella parabola, anche oggi Gesù viene cacciato fuori, ucciso: ogniqualvolta il vangelo viene sacrificato alle logiche mondane; ogniqualvolta la nostra vita segue le nostre vie e non la volontà del Padre. In molti modi può continuare l’opera di zittire la voce di Dio nella nostra vita (personale e comunitaria): il non ascolto, l’ascolto sterile, l’emarginazione, la normalizzazione di logiche di peccato in nome di una finta misericordia, la giustificazione di molti atteggiamenti antievangelici. E tutto questo ci fa comprendere quanto la Parola di Dio sia realmente attuale, capace di parlare e fare verità anche oggi, anche alla nostra vita, anche alla nostra Chiesa.

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