Celebrazioni per San Lorenzo Martire, l'omelia del Vescovo di Tivoli In evidenza

San Lorenzo Martire, l'omelia del Vescovo di Tivoli Mauro Parmeggiani in occasione delle celebrazioni per il Santo Patrono.

 

Signor Sindaco, illustri autorità civili e militari, sacerdoti e diaconi, cari fratelli e sorelle nel Signore!

Fedeli alla tradizione tiburtina, anche quest’anno, siamo riuniti nella nostra Cattedrale per rendere grazie al Padre, con Cristo, nello Spirito per averci dato nel diacono e martire Lorenzo un protettore e un modello da imitare.

In un mondo sempre in ricerca di riferimenti certi e sicuri perché siamo fragili, dove spesso andiamo a cercare il sensazionale, lo straordinario, il miracolistico … attacchiamo anche la nostra fede a ciò che non è cristiano ma solo apparentemente rassicurante, noi guardiamo al diacono e martire Lorenzo.

Guardiamo all’Arcidiacono di Papa Sisto II che ai tempi della persecuzione contro i cristiani da parte dell’Imperatore Valeriano muore martire per la fede in Cristo testimoniata fino a dare tutto ciò che amministrava ai poveri fino anche a compromettere la propria vita.

Primo dei sette diaconi romani al servizio di Papa Sisto II, all’inizio dell’agosto 258, lo vide andare al martirio e - secondo la tradizione - si sarebbe rivolto al Vescovo di Roma esprimendo ad alta voce il suo desiderio di seguirlo - così come lo seguiva all’altare - anche nel martirio. Il Papa gli raccomandò di distribuire tutte le ricchezze della Chiesa di Roma, che Lorenzo amministrava, ai poveri. I funzionari di Valeriano, intercettando questo invito del Papa, imposero al diacono Lorenzo di consegnare all’autorità imperiale dette ricchezze. Lorenzo le distribuì ai poveri poi presentò a Valeriano una gran folla di ciechi, zoppi, cenciosi, orfani e vedove, vecchi e malati di vario genere esclamando: “Ecco i tesori della Chiesa, che non vengono mai meno e crescono sempre!”.

E così fu condannato al martirio e ringraziò Dio, per tale dono. Aveva circa 30 anni. Era il 10 agosto del 258 solo tre giorni dopo il martirio di Papa Sisto.

Lorenzo diviene così per noi oggi modello di vita cristiana.

Nel Vangelo ci è stato proclamato il brano del chicco di grano che se non cade per terra, non marcisce e muore, non germoglia e non porta frutto.

È un brano tratto dal capitolo 12 del Vangelo di Giovanni. Il Capitolo che conclude un po’ tutta la prima parte del quarto Vangelo dove Gesù si presenta come il Verbo che si fa carne e viene in mezzo a noi perché accogliendolo possiamo essere introdotti nella comunione del Padre che Lui vive in totale obbedienza e capacità di dono.

Il capitolo dove con la piccola parabola del chicco di grano e poi attraverso la conclusione scritta dall’evangelista Giovanni: Sebbene avesse compiuto tanti segni davanti a loro, non credevano (Gv 12,37) fa come il bilancio della vita di Gesù prima di passare ai capitoli dal 13 in poi dove si narra dell’ultima cena, della passione, morte e risurrezione di Gesù.

Un bilancio che pare dirci: Gesù ha rivelato il mistero dell’amore di Dio per gli uomini nella sua parola e nei suoi miracoli, ma il risultato è stato deludente: non credevano in lui! Come è possibile un risultato tanto negativo se veramente Gesù è il messia che doveva venire nel mondo, se è lo sposo, se quella vita che Gesù ha trasmesso con i suoi miracoli è davvero la vita di Dio?

E la risposta è: “È possibile!” perché come scrive San Giovanni, questo era stato annunciato dal profeta Isaia, nel quarto canto del servo di Javhè: “Signore chi ha creduto alla nostra parola? Il braccio del Signore a chi è stato rivelato?”. In altre parole era già stato annunciato che il popolo non avrebbe creduto e che la rivelazione di Dio sarebbe stata senza una risposta corrispondente da parte del popolo. E ancora, Isaia, aveva detto al capitolo 6: “Ha reso ciechi i loro occhi e indurito il loro cuore, perché non vedano con gli occhi e non comprendano con il cuore e non si convertano, e io li guarisca”. Isaia aveva già preannunciato il risultato deludente della rivelazione di Dio in Gesù Cristo.

Tuttavia Gesù ci invita a prendere posizione davanti a Lui e a credere. “Chi crede in me, non crede in me, ma in colui che mi ha mandato; chi vede me, vede colui che mi ha mandato. Io come luce sono venuto nel mondo, perché chiunque crede in me non rimanga nelle tenebre. Se qualcuno ascolta le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo. Chi mi respinge e non accoglie le mie parole, ha chi lo condanna: la parola che ho annunziato lo condannerà nell’ultimo giorno. Perché io non ho parlato da me, ma il Padre che mi ha mandato, egli stesso mi ha ordinato che cosa devo dire e annunziare. E io so che il suo comandamento è vita eterna. Le cose dunque che io dico, le dico come il Padre le ha dette a me” (Gv 12,44-50).

In altre parole Gesù ci dice che è uno strumento di Dio, un suo inviato, un suo messaggero nel mondo. La sua parola è quella di Dio, le sue azioni sono quelle di Dio, la luce che Gesù comunica è quella di Dio.

E a questo punto occorre da parte dell’uomo, da parte nostra, vedere solo il compimento di Gesù nella sua Pasqua, nell’ultima cena e poi nella morte e risurrezione e … prendere posizione.

Cari amici, il martire Lorenzo ha saputo prendere posizione. E noi?

Dio ci ha dato un dono preziosissimo: la vita.

Come la usiamo? La teniamo gelosamente per noi - e così diviene inutile - o prendendo posizione davanti al mistero della passione, morte e risurrezione di Gesù, la lasciamo marcire e morire come il seme di grano nella terra affinché porti frutto?

La conserviamo egoisticamente, cercando di scappare davanti a ogni richiesta di impegno serio nella vita cristiana o come Lorenzo e tanti altri martiri cristiani prima di lui e dopo di lui, fino ai giorni nostri, non esitiamo o almeno proviamo a non esitare a prendere posizione per Gesù davanti al mondo a Lui ostile; a condividere i tesori che ciascuno di noi possiede per Cristo e per i fratelli pur di costruire un mondo più umano e cristiano?

Qualcuno mi chiederà: ma cosa possiamo condividere?

Vi propongo soltanto alcune indicazioni.

Il tempo. Non abbiamo mai tempo … Eppure quanto ne sprechiamo … Possiamo condividere il tempo con un maggiore ascolto reciproco, reinstaurando quelle relazioni reali e non virtuali che ci mettono in rapporto vero, sincero, con gli altri … quelle relazioni che non ci isolano impedendo così che a un mondo fatto di gente isolata giungano solo i messaggi negativi o promozionali di qualcuno che ce li vuole inculcare affinché tutti rimaniamo senza Dio, senza punti di riferimento certi e sicuri e diventiamo come una massa amorfa dove qualcuno può spadroneggiare con il suo pensiero e le sue teorie a volta anche disumanizzanti, che allontanano l’uomo da Dio, che distruggono la famiglia, che non rispettano la vita dal suo concepimento alla sua morte naturale … che fanno credere normale ciò che normale non è.

Le energie. Le nostre forze fisiche, intellettuali, economiche, il lavoro, le nostre ricchezze … Pensando soltanto a noi stessi e alla nostra personale sopravvivenza abbiamo creato un mondo dove i ricchi sono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri …

Basterebbe assai poco a condividere qualcosa di ciò che abbiamo, anche poco, con costanza perché chi non ha nulla sia un po’ meglio …

La fede. Vorrei che stasera ci chiedessimo: come condividiamo la nostra fede? Certo, prima di condividerla occorre sperimentarla, vivere ma - come ricordava spesso San Giovanni Paolo II - la fede si rafforza donandola! Come la doniamo, come la mettiamo a servizio degli altri? Come la trasmettiamo in famiglia, nella società in cui viviamo, ai nostri ragazzi e giovani perché non perdano il senso vero della vita e non siano come spinti a cercare risposte - perché le risposte le cercano - in filosofie vuote, che fanno di ciò che mi piace e mi soddisfa nell’immediato il mio unico dio … Un dio, però, che non salva, che non provoca - a lungo andare - la vera gioia e la vera felicità.

E infine: la vita. Come condividiamo quella ricchezza non nostra ma che ci è stata donata e che è la vita? Quante volte, pensando che sia un dono solo per noi non la condividiamo, non ci sporchiamo le mani nel metterla a servizio di Dio e del prossimo rendendola così insignificante, quasi noiosa e infastidente - direi - anche per noi.

Davanti a Gesù che è amore donato fino all’estremo, che è il chicco che marcisce e muore per dare frutto, dobbiamo prendere posizione e come Lorenzo saper morire a noi stessi condividendo per Dio con i fratelli e per i fratelli ciò che siamo e ciò che abbiamo.

San Paolo ci ha invitati a seminare con larghezza, a donare con gioia. Soltanto così risponderemo all’invito di Gesù a perdere la propria vita per conservarla per la vita eterna, a seguirlo servendolo per essere con Lui che per primo ci ha serviti con il dono totale di se stesso, per poter essere onorati dal Padre già qui in questa vita e in eterno.

Diciamo dunque sì all’amore infinito di Dio manifestatosi in Gesù morto e risorto per noi.

Condividiamo tutto ciò che abbiamo e siamo donandolo ai tanti poveri di mezzi e di spirito che circondano il nostro piccolo mondo personale e famigliare, senza mai pensare di non aver nulla da dare: tutti abbiamo qualcosa da dare agli altri!

Moriamo a noi stessi - quali nuovi martiri che forse non incontreranno il martirio cruento ma sicuramente quello interiore - e sicuramente, anche grazie alla nostra offerta, qualcuno nel mondo potrà gioire e la fede cristiana diffondersi ben sapendo che il sangue dei martiri è sempre stato e sempre sarà seme di nuovi cristiani. Amen.

X Mauro Parmeggiani

    Vescovo di Tivoli

  

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