L'Omelia del Vescovo in occasione della Solennità del Corpo e Sangue del Signore In evidenza

Tivoli, Basilica Cattedrale di San Lorenzo Martire, Domenica 3 giugno 2018

 

La celebrazione di quest’oggi è in continuità con quella del Giovedì Santo quando, tutta la Chiesa, celebra l’istituzione dell’Eucaristia.

Quest’oggi l’Eucaristia: i segni del pane e del vino che Gesù trasforma profeticamente nel suo corpo e sangue donati, segni pienamente realizzati nel Mistero della Sua Pasqua di morte e risurrezione, vengono portati in processione per le strade affinché a tutti giunga l’invito ad aderire con il cuore a quel Dio che per amore dice: “prendete” il mio corpo e il mio sangue, mangiate, bevete … il mio corpo e il mio sangue … che dono, spargo per voi e nonostante voi per voi e per tutti perché vi amo, perché desidero pormi in relazione permanente con voi.

E se il corpo e sangue donati sono non soltanto per essere adorati ma anche per essere mangiati affinché la vita e l’amore di Dio diventino mia vita, nostra vita in relazione di amore con Lui; oggi, con la processione eucaristica che seguirà alla Santa Messa, noi vogliamo mostrare il segno della presenza reale di Colui che per amore ha donato il suo corpo e il suo sangue affinché tutti, guardando al sacramento dell’amore, si sentano attratti dall’amore e seguano, come nella processione della vita, Colui che ha dato se stesso per noi.

Ci ha dato se stesso per fare cosa? Potremmo chiederci?

Innanzitutto per ristabilire l’alleanza che l’uomo con il suo peccato aveva infranto e infrange con Dio.

Il racconto della Cena così come ci è stato narrato dall’evangelista Marco si colloca tra due tradimenti: quello di Giuda – prima della istituzione dell’Eucaristia – e quello di Pietro che tradirà Gesù durante il suo processo.

I tradimenti, i peccati di Giuda e di Pietro sono i nostri peccati, peccati che conducono alla morte se non ci lasciamo salvare da Chi ci perdona non a parole ma dando la vita per noi.

Ebbene, Gesù prende la sua vita e nei segni del pane e del vino la dona per noi.

Nell’Eucaristia – ove è racchiuso il Mistero della sua Pasqua – Gesù ci da se stesso affinché siamo perdonati dai peccati, siamo destinati alla vita eterna che ci dona: “prendete … mangiate … bevete …” ma soprattutto perché – come scrive San Leone Magno – noi veniamo trasformati in quello che riceviamo. “La nostra partecipazione al corpo e sangue di Cristo non tende ad altro che a trasformarci in quello che riceviamo”.

Nel Vangelo di Marco Gesù chiede ai discepoli di andargli a preparare la Pasqua. Vanno ma trovano già tutto pronto. Andare a preparare per mangiare la Pasqua era andare a preparare la cena per mangiare l’agnello che ricordava la liberazione dalla schiavitù del popolo di Israele dall’Egitto. Vanno e trovano già tutto pronto, proprio come voleva il Maestro. E trovano anche l’agnello pronto per essere immolato. Un Agnello che è Gesù stesso che si dona nella Cena per poi immolarsi sulla Croce e per assicurare a noi la vita eterna, che si fa mangiare anche oggi con il Suo Corpo e Sangue, anima e divinità nell’Eucaristia e ci conduce al “piano superiore”, la comunione eterna e perfetta con Dio che è la nostra meta ma anche in quel piano superiore che è un piano diverso di rapporti tra noi e con i nostri fratelli e sorelle in umanità.

Se mangiamo il corpo dato di Gesù e beviamo il sangue versato di Gesù noi accogliamo ciò che Lui ci dà, ci vuol dare con quel “prendete!”

Ma c’è di più. Non ci dà se stesso solo per assicurarci la sua compagnia nel viaggio della vita; non ci dà se stesso soltanto per assicurarci la vita eterna ma anche per darci se stesso come uno sposo che si dona alla sua sposa. Si dà a noi affinché come gli sposi del Cantico dei Cantici sperimentiamo dono, giubilo, intensità e tenerezza, fecondità e fedeltà. Dio infatti è padre che ci ama, ci dona la vita, vuole che cresciamo. Ed è anche madre che nutre di sé, del suo corpo, i suoi figli. Ed è anche sposo, amore libero che cerca corrispondenza, che ci fa suoi partner simili a Lui.

Mangiare questo corpo e bere questo sangue, mangiare questa Pasqua significa allora divenire una sola cosa con Dio. Dio diventa parte di me e io divento parte di Dio. E dato che Cristo si è identificato con i fratelli più piccoli – “Qualsiasi cosa avete fatto a uno di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatta a me” (Mt 25,40) – potremmo dire che anche l’umanità è la carne di Cristo, è il corpo di Cristo inseparabile da quel corpo che è sull’altare.

E allora, oggi, prendere il corpo di Cristo e mangiarlo, bere il sangue di Cristo, adorarli e portarli in processione significa anche prendere in noi i nostri fratelli più piccoli nei quali Lui vuole identificarsi: i poveri, gli anziani, i soli, i sofferenti, gli immigrati, chiunque sia in qualsiasi genere di difficoltà.

Prenderli e farci responsabili di loro, attenti a ciascuno di loro perché Gesù, lo Sposo dell’umanità, si è dato, si è fatto Sposo dell’ultimo dei fratelli.

Mangiamo il corpo e il sangue del Signore, portiamo pure l’Eucaristia con tutti gli onori per le nostre strade ma ricordiamoci che ciò chiede coerenza, risposta di amore a Colui che si dà per noi. Richiede risposta di amore verso tutti coloro nei quali Lui si identifica e che attratti dal Suo amore sono in cammino con noi e speriamo che grazie alla nostra testimonianza di vita eucaristica siano in cammino anche con Lui.

Lui, sicuramente, vuole andare incontro anche a loro. Oggi ci chiede di procedere con Lui in una processione continua di amore verso di loro affinché attratti dall’Amore possano un giorno avere in eredità la vita eterna e bere il frutto della vite, ossia essere inebriati di gioia, nel regno di Dio. Amen.

+ Mauro Parmeggiani

   Vescovo di Tivoli

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