Commento al Vangelo della II domenica di Avvento In evidenza

Commento al Vangelo della II domenica di Avvento Commento al Vangelo della II domenica di Avvento

Viviamo la seconda tappa del cammino di Avvento, occasione per “ricristianizzare” il Natale, affinchè non si limiti ad una suggestiva atmosfera natalizia, ma sia memoria dell’Incarnazione di Dio, che ha scelto di abitare la terra e di interpellare la vita di ognuno.

Ci accompagna Giovanni il Battista, il profeta duro come il deserto dove è cresciuto, austero come il vestito che indossa, forte e deciso come chi ha incontrato veramente Dio. Egli è l’uomo della parola: incarna l’annuncio antico del profeta Isaia e fa echeggiare la sua parola profetica.

Invita ad una reale conversione: riscoprire una fede, che non si rifugi dietro alla tradizione (“abbiamo Abramo come padre!”) o non si limiti ad una esteriorità, di facciata, di coscienza tiepida (“fate frutti degni di conversione”).

E’ significativo come accorrano a lui da Gerusalemme, il centro religiosità ebraica, dove si compivano i sacrifici, ma poi si faceva della casa di Dio una casa di ladri, dove si salvavano i princìpi e si uccidevano le persone, dove il rispetto delle regole veniva e si sovrapponeva a quello delle persone, dove ci si rivolgeva al simulacro di Dio, incapaci poi di accoglierne il volto di carne in Gesù.

Giovanni diventa voce di profezia, di chi sta in mezzo alla storia, non in modo passivo, rassegnato, disincarnato. Se ne sente responsabile, smuove le coscienze, libera dagli appiattimenti sterili, apre sentieri di speranza, introduce a nuove possibilità.

Ieri come oggi! Giovanni è voce per noi, per la nostra religiosità, spesso chiusa entro i recinti del sacro: preghiere, celebrazioni, belle tradizioni, da cui non nasce una vita veramente evangelica; per la nostra vita, spesso ripiegata, rassegnata e stanca, dove manca il frutto autentico della gioia, dove non si crede più nella possibilità del cambiamento, che invece si esige con forza dall’altro.

E Giovanni spiazza, sorprende e riaccende la speranza, indicando in Gesù che viene, la possibilità di ciò che sembra impossibile. Egli sembra dire: “non aspettare il cambiamento: comincia tu a cambiare; per cambiare l’altro comincia a cambiare te stesso; sii tu il cambiamento che desideri dagli altri”. Ed è da fare “qui ed ora”.

La vera possibilità per cambiare abita il “qui” del presente e l’unico giorno da vivere è oggi e non domani. Dobbiamo fare in fretta, per non essere travolti, spazzati, spezzati, ingannati da un falso senso di misericordia, che rimanda sempre oltre, svuotata dell’impegno esigente. Ricordiamo ciò che dice Agostino “Dio vuole che il suo dono diventi nostra conquista”.

 

Ultima modifica ilSabato, 03 Dicembre 2016 10:06

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