Domenica delle Palme, l'omelia del Vescovo di Tivoli Mauro Parmeggiani In evidenza

Domenica delle Palme, l'omelia del Vescovo di Tivoli Mauro Parmeggiani nella Santa Messa presso la Basilica Cattedrale di San Lorenzo Martire.  

 

Carissimi fratelli e sorelle,

con questa liturgia diamo inizio alla Settimana Santa. Ai giorni più importanti di tutto l’anno liturgico. Ai giorni centrali per ripensare e confermare la nostra fede.

In questa Settimana, saremo invitati a seguire gli ultimi momenti della vita di Gesù quasi al rallentatore, passo dopo passo: dall’ingresso solenne in Gerusalemme fino alla corsa di Maria di Magdala, il mattino di Pasqua, quando andrà da Pietro e Giovanni per annunciare la scoperta del sepolcro vuoto dando così inizio alla corsa per tutto il mondo del messaggio fondamentale della nostra fede: il Signore è Risorto!

In questa domenica – l’unica dell’anno liturgico – ci vengono proposti due brani di Vangelo. Il primo che descrive l’ingresso di Gesù in Gerusalemme e il secondo – molto più lungo – che ci narra la passione e morte del Signore.

Due parole, oggi, sembra quasi che si contrappongano tra loro: “Benedetto colui che viene nel nome del Signore!” e “Sia crocifisso!”.

Gesù entra a Gerusalemme osannato, slega un’asina per entrarvi come il Re-Messia tanto atteso, e finisce legato e inchiodato su una croce.

Vi entra osannato e poi, condotto fuori da Gerusalemme, muore sulla croce, insultato. Insultato con quella frase: “Ha salvato altri e non può salvare se stesso!”. Insulto che racchiude il grande mistero che siamo invitati a contemplare e cercare di assimilare e vivere come Lui e con Lui se ci diciamo cristiani e ne apprendiamo la grandezza e il valore.

È vero: Gesù “ha salvato altri” – quanti miracoli, guarigioni, gesti di perdono … – e perché questa salvezza sia piena, non si limiti soltanto a gesti salvifici ma che poi sono annullati dal potere della morte, “non può salvare se stesso”! Pensano di insultarlo, coloro che passano sotto la croce, ma dicono la più grande verità su Gesù.

Sì, per salvare gli altri, per salvare noi, per salvare me, te, caro fratello o sorella … “non può salvare se stesso”!

Muore per noi sulla croce obbediente alla volontà del Padre, si svuota della sua divinità per recuperaci e salvarci dalla morte eterna e – se aderiremo a Lui e vivremo con amore disinteressato e generoso come Lui – per salvarci anche dal peccato che è una esperienza di morte che facciamo in questa vita perché dopo averlo compiuto ci lascia più poveri, vuoti, tristi, soli, infelici, in pianto. Proprio come fu per Pietro dopo il tradimento del suo Maestro al quale aveva promesso fedeltà assoluta, fino alla morte …

Ebbene, davanti all’amore di Gesù che “non può salvare se stesso” per salvarci dal peccato e dalla morte, nasce quel “Benedetto Colui che viene” che abbiamo cantato come i fanciulli di Gerusalemme rievocando l’ingresso di Gesù nella Città Santa. Sì “Benedetto Colui che viene” è il nome più bello di Dio. Di Dio che viene. Viene con la sua capacità di perdono e di salvezza nella mia vita, nella mia città, nel mio cuore … Ed è bellissimo contemplare oggi come per Dio non ci siano situazioni nelle quali Lui non voglia entrare, non possa entrare … come Lui voglia e possa entrare ovunque ma non come un Dio potente e che non mi lascia libero, ma come un Dio che si incarnò in una mangiatoia, che si fece povero, umile, uomo vicino agli uomini, che si è identificato con il sofferente e che ci giudicherà su quell’“Avevo fame, avevo sete, ero straniero” (cfr Mt 25,35).

Gesù dunque viene, entra, incontra la mia storia di uomo in croce, di uomo peccatore, destinato alla morte, di uomo difficilmente felice se non è amato dall’Unico che non tradisce mai.

Il Vangelo della Passione e tutta la Parola di Dio che ci sarà proclamata in questa Settimana Santa ha il suo nucleo proprio qui: l’essere in croce di Dio è l’amore che Dio in qualche modo – se così possiamo dire – “deve” all’uomo che è in croce.

Amare vuol dire tante cose ma innanzitutto essere là dove l’amato soffre, non lasciarlo solo … Vi immaginate una madre che ha un figlio ammalato in ospedale e lo lascia solo, non gli è vicina? Che non desidererebbe ammalarsi lei piuttosto che il suo figlio? Che non desidererebbe morire lei piuttosto che suo figlio? È impossibile trovare una madre così …

Ebbene Dio, in Gesù, entra nella morte, viene nelle nostre situazioni di morte per portarci fuori proprio come una madre che entra in ospedale per portare fuori suo figlio e se necessario anche sostituirsi a lui se ci fosse pericolo di morte!

Con la croce Gesù entra come un amante che ama di amore infinito nella nostra finitezza per portarci alla comunione piena con Dio.

Se ci pensiamo è qualcosa di grande, direi di unico e nonostante oltre duemila anni da quando questi fatti sono accaduti, sono sempre sconvolgenti: non c’è un Dio come il nostro! Noi, cari fratelli e sorelle, abbiamo un Dio che non solo in Gesù ci ha lavato i piedi – si è messo sotto di noi –, che non solo ci dà il suo corpo da mangiare nell’Eucaristia, che non solo si lascia disonorare, denudare, mettere in croce, ma che a braccia spalancate sulla croce, anche senza che si senta, urla a me e a tutti noi “Ti amo!”.

E questo amore divino che entra tramite il dolore umano che Dio condivide, nel mio dolore di uomo, si fa comprensibile per tutti.

Ci sono due cose di cui l’uomo fa una esperienza incredibile: il dolore e l’amore.

Gesù tramite il dolore, venendo nel nostro dolore, con il dolore ci svela l’amore. E così con il linguaggio universalmente comprensibile dell’amore si fa comprendere e accogliere da tutti.

Da tutti a partire da un uomo lontano. Spesso noi uomini religiosi siamo quelli che fanno maggiormente fatica a comprendere l’amore di Gesù perché forse ci abbiamo fatto troppo spesso l’abitudine …

E questo uomo lontano è il Centurione romano che davanti alla morte di Gesù sulla croce fa la sua professione di fede: “Davvero costui era Figlio di Dio”! Non siamo ancora giunti alla risurrezione, non siamo ancora a Pasqua. Non c’è ancora il sepolcro vuoto, le apparizioni di Gesù risorto … nulla di tutto questo. Siamo fermi ancora alla morte di Gesù sulla croce. Ma una morte come quella di Gesù, come quella di un uomo che ama infinitamente anche quando è rimasto solo, tradito dagli amici più cari, quando sembra che anche il Padre lo abbia abbandonato … può essere solo la morte di Dio. Morire d’amore è cosa da Dio!

Davanti a questa scena alcune donne sono presenti per contemplarla da lontano. Il Cardinale Martini scrisse che “La Chiesa nasce dalla contemplazione del volto di Dio crocifisso” ebbene da quelle donne contemplanti nacque la Chiesa, da noi che in questa settimana ci vogliamo fermare a contemplare l’amore di Dio per noi, deve nascere la Chiesa. La Chiesa non è una istituzione che nasce per insegnare dall’alto la Verità ma per porsi accanto, per ascoltare, contemplare, lasciarsi educare dal modo di amare di Dio che si lascia sfigurare, che entra nell’abisso del dolore e della morte, entra sull’orlo del burrone del peccato per recuperare l’uomo alla vita.

Come le donne, allora, anche noi fermiamoci a contemplare l’amore del Signore e sostiamo a fianco delle tante croci del mondo dove Cristo è ancora crocifisso. Entriamo con Cristo nelle vite, nelle situazioni, nelle croci presenti nelle nostre città, ma ancor più vicino: nei cuori dei nostri famigliari, amici, fedeli delle nostre parrocchie … e cerchiamo, guardando a Cristo e rimanendo uniti a Lui, di portare là ove sono quelle croci un po’ di conforto e solidarietà, un po’ di speranza.

Se faremo così, allora la nostra vita diverrà pasquale, vita risorta, vita piena, bella e immortale come quella di Cristo che domenica prossima celebreremo vittorioso sul peccato e sulla morte, vivo e risorto per noi. È l’augurio che faccio a voi e a me iniziando insieme questa Santa Settimana. Amen.  

X Mauro Parmeggiani

    Vescovo di Tivoli

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