Giovedì Santo: l'Omelia del Vescovo Parmeggiani In evidenza

L'Omelia del Vescovo Mauro Parmeggiani alla Santa Messa in Coena Domini nella Cattedrale di Tivoli.

 

Carissimi fratelli e sorelle,

con questa celebrazione iniziamo il Triduo Pasquale: tre giorni da vivere come un unico grande giorno di Pasqua. Il giorno nel quale celebriamo l’amore di Dio che giunge fino alla fine.

Nel Vangelo che ci è stato proclamato abbiamo ascoltato quella parola che è stata per i discepoli contemporanei di Gesù ma che è anche per noi e per gli uomini e le donne di ogni tempo: “Li amò fino alla fine”. O meglio sarebbe dire: li amò “fino al compimento”. L’amore di Gesù, infatti, non è solo un amore che arriva fino al limite estremo di donare tutto se stesso, ma è piuttosto un amore che si compie. E il compimento dell’amore del Signore che avviene con la sua passione, morte e risurrezione, è la nostra possibilità-capacità di amarci a vicenda come da Lui siamo stati amati.

Il compimento dell’amore è il comandamento nuovo che Gesù consegna durante l’Ultima Cena: “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri” (Gv 13,34).

Il compimento dell’amore non è tanto il fatto che Gesù sia morto e risorto per noi ma che il Suo amore, la Sua capacità di amare ci viene donata affinchè anche noi amiamo “come” Lui. In altre parole: il Suo amore è sicuramente grande ed infinito ma è per noi! E noi, questa sera, dobbiamo far risuonare in noi quel “come” io ho amato voi. Gesù nell’Eucaristia ci dona se stesso morto e risorto per noi perché noi amiamo “come” ha amato Lui. E qui “come” non significa imitazione ma fondazione, possibilità offerta. Spesso noi diciamo dobbiamo amare come ha amato Gesù. E questo rimane un bel proposito. Ma se ci limitiamo a questo spesso non riusciamo poiché – lo sappiamo bene – i nostri propositi, le nostre forze, la nostra buona volontà sono limitati e fragili.

Amare “come” ha amato Lui significa invece fondare il nostro amore sul Suo. Trovare nel Suo amore la radice su cui far crescere il nostro, trovare le motivazioni che sostengano dal di dentro e per sempre la nostra capacità di amare. E questa sera rendendo grazie a Dio per il grande dono dell’Eucaristia noi vogliamo dirgli grazie perché nel pane e nel vino consacrati Gesù morto e risorto ci dona se stesso affinchè, fondati sul suo amore, anche noi possiamo amare non come una pietosa Ong ma davvero e sempre.

La parola “come” è ripetuta nel Vangelo di stasera anche dopo la lavanda dei piedi. Dopo aver compiuto il gesto tipico dello schiavo, dopo aver lavato i piedi ai suoi discepoli convenuti per la Cena, Gesù dice: “Vi ho dato un esempio, infatti, perché anche voi facciate come io ho fatto a voi” (Gv 13,15).

Gesù anche qui compie un gesto – lava i piedi ai suoi discepoli – per comunicare loro e quindi anche a noi stasera la possibilità-capacità di ripeterlo non per imitarlo, non per scimmiottarlo ma perché ripieni del Suo amore diffondiamo questo amore a tutti poiché l’amore – come dice S.Tommaso d’Aquino – è diffusivo. Proprio come quando amiamo o ci sentiamo amati e siamo felici, seminiamo intorno a noi serenità, gioia, altrettanto amore.

Di questo amore che deve compiersi in noi Gesù ci lascia due grandi segni.

Il primo ce lo ha ricordato San Paolo nella seconda lettura. Il pane e il vino che diventano segno reale del corpo di Gesù donato per noi e del suo stesso sangue versato per noi sulla croce.

Gesù sta per essere catturato e messo a morte a causa della cattiveria degli uomini. Davanti all’odio non risponde con l’odio ma con l’amore più grande. In un gesto di massima libertà prende la sua vita tra le mani e la offre per noi. Consegna se stesso a coloro che pieni di odio vengono a prenderlo per consegnarlo a chi dovrà crocifiggerlo. E così la croce anziché essere il luogo che manifesta il peccato dell’uomo che rifiuta Dio e uccide un altro uomo, diventa il segno che ci rivela l’amore e la misericordia con cui Dio perdona il peccato dell’uomo che non ama.

C’è poi un secondo segno di questo amore grande. Gesù lava i piedi ai discepoli e si china, si abbassa davanti a loro, come uno schiavo, per fare questo gesto che letto insieme all’altro ci dicono come è l’amore di Gesù e come deve diventare il nostro amore.

Il pane spezzato e il vino versato – anticipo del corpo e sangue di Cristo donati per amore sulla croce – ci dicono la radicalità dell’amore che non tiene nulla per sé ma dona tutto se stesso, interamente. L’Eucaristia è un po’ di pane e un po’ di vino che per la potenza della Pasqua di Cristo diventano presenza reale della vita di Gesù offerta per noi. E’ il sacramento del dono totale di Gesù a noi, è il prendere in mano liberamente tutta la sua vita per donarcela.

E la lavanda dei piedi ci dice quale sia la condizione per vivere, per saper vivere questo amore radicale del dono di sé all’altro. La condizione per saper amare come ha amato Cristo è l’umiltà, l’abbassarsi, il vivere la propria signoria facendosi schiavo, servo!

Lavarsi i piedi a vicenda è un gesto scomodo, faticoso da vivere, e non è nemmeno un gesto nobile, eroico, coraggioso come potrebbe essere quello di dare la vita per un altro, di morire come un nobile cavaliere per una grande causa. No, lavare i piedi è il gesto di un servo, un gesto umile, povero, debole.

Ebbene, questi due gesti insieme ci dicono come è l’amore di Gesù che noi riceviamo nell’Eucaristia.

E’ un amore che si dona ed è un amore che si abbassa. Inoltre mentre dare la vita è un gesto che noi possiamo compiere una volta sola, il lavarsi i piedi è un gesto che dobbiamo ripetere spesso, giorno dopo giorno…

Questa sera, dunque, siamo chiamati a guardare all’Eucaristia come sacramento dell’amore di Gesù che si dona fino all’estremo della morte diffamante, della morte in croce liberamente accolta per noi e che nello stesso tempo ci chiede di incarnare questo amore – l’amore di Gesù – nella quotidianità della vita, in gesti semplici, umili, inosservati, da ripetere ogni giorno e più volte al giorno.

A questo punto mi viene da condividere con voi una considerazione. Quante volte celebriamo, abbiamo celebrato, riceviamo e abbiamo ricevuto l’Eucaristia? Tantissime volte… Ma come viviamo l’amore che Gesù ci ha voluto trasmettere nell’Eucaristia? Siamo capaci di amare fino a dare la vita? Siamo capaci di porre gesti di amore senza che nessuno ci veda, nell’umiltà, nel nascondimento e nella quotidianità?

Non do risposte perchè ritengo che ciascuno di noi sappia dare risposte a se stesso.

Ma se la risposta fosse più sul negativo che sul positivo vorrei far risuonare ancora la Parola di Dio per darci la risposta sul come fare per essere capaci di vivere l’Eucaristia che non è soltanto riceverla o adorarla e poi tutto continua come prima ma accogliere ciò che essa è.

Nella prima lettura c’è stato parlato della Pasqua degli Ebrei. Nel libro dell’Esodo abbiamo ascoltato come con il sangue dell’agnello venivano aspersi stipiti e architravi delle case: l’esteriorità della vita.

Nell’Ultima Cena, come in ogni Eucaristia che celebriamo, invece, non viene più versato il sangue di un agnello ma quello di Gesù e non tanto perché siano asperse le esteriorità di case o di corpi ma affinchè possiamo mangiare e bere il suo corpo e il suo sangue, assimilarlo interiormente affinchè a differenza di ogni altro cibo o bevanda che mangiamo o beviamo che si assimilano a noi, siamo noi ad assimilarci a Gesù e sia il suo corpo, il suo amore di un corpo consegnato e spezzato; sia il suo sangue versato a circolare nelle nostre vene, a riempire i nostri cuori. Sia la vita di Gesù a diventare la nostra stessa vita. E noi, con Lui, partecipiamo di quella vita!

Se cibandoci dell’Eucaristia noi permetteremo che l’amore forte ed umile, generoso e ripetuto di Gesù morto e risorto per noi permei corpo e anima, la nostra intelligenza ed i nostri sentimenti, allora continueremo l’opera pasquale di amore che Gesù ha realizzato in pienezza, allora con l’amore compiuto di Gesù nel cuore sapremo amare gli altri, vivere il comandamento nuovo dell’amore e porre segni di risurrezione e di speranza nel nostro mondo dove tutti sentiamo quanta necessità di amore ci sia e dove dobbiamo con umiltà e generosità annunciare a tutti che l’amore ha un solo nome: Gesù, morto e risorto per noi e vivamente presente nell’Eucaristia. Amen. 

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