Santa Messa Crismale, l'Omelia del Vescovo Mauro Parmeggiani In evidenza

Santa Messa Crismale Santa Messa Crismale

Santa Messa Crismale, l'Omelia del Vescovo Mauro Parmeggiani durante la celebrazione che ha visti riuniti oltre cento sacerdoti e alla presenza di tantissimi fedeli, giovedì 13 aprile nella Cattedrale di San Lorenzo in Tivoli.

 

Carissimi fratelli nel sacerdozio,

con gioia celebriamo la memoria annuale del giorno in cui Cristo Signore comunicò agli Apostoli e a noi il suo sacerdozio per ungere con olio di gioia e di letizia il popolo di Dio.

In questa celebrazione ogni anno si rafforza la nostra comunione presbiterale fondata nel medesimo Sacramento dell’Ordine che abbiamo immeritatamente ricevuto e si consolidano quei vincoli di fraternità che ci fanno  essere nel mondo segno credibile dell’amore di Dio.

1. Auguri e ricordi

In questo contesto desideriamo ricordare innanzitutto coloro che tra noi – membri di questo presbiterio o in esso operanti – nel 2017 rendono grazie a Dio per alcuni anniversari particolari: Don Giovanni Censi, Don Lorenzo Antonino Gagliano e Don Michele Nonni che celebrano il 50° di ordinazione sacerdotale. Don Denis Kibandu Malonda, Padre Adam Otrebski e Don Joseph Thadeus Etim, che celebrano il loro 25°. Ed infine: Don Salar Kaio e Don Anselme Kpioeda Bin Masude che celebrano il decennale della loro ordinazione. A loro giunga l’assicurazione del nostro affetto e della nostra preghiera.

Desideriamo inoltre sentire vicini a noi coloro che per vari motivi – a cominciare da quanti sono malati o in difficoltà – non sono qui questa mattina.

Vogliamo infine affidare alla Divina Misericordia coloro che dallo scorso Giovedì Santo ad oggi hanno terminato la loro corsa terrena: Don Giovanni Lipski, che per molti anni fu Parroco di Canterano e Cappellano dell’Ospedale di Subiaco, Don Costantino Gentili, Vicario Parrocchiale della comunità ecclesiale di Subiaco e Mons. Tommaso Passacantilli, decano del Capitolo della Basilica romana di Santa Maria Maggiore. A tutti loro il Signore conceda il premio della pienezza eterna della vita promesso ai suoi servi buoni e fedeli.

2. Con il nostro popolo per il nostro popolo

Cari sacerdoti, è bello ritrovarsi insieme attorniati dal nostro popolo che ci vuole bene ed al quale – non dobbiamo mai dimenticarlo – anche noi apparteniamo in virtù dell’unzione dello Spirito Santo tramite la quale i fedeli, tutti i fedeli, “vengono consacrati per formare un tempio spirituale e un sacerdozio santo” (LG, 10) grazie al Battesimo che ci ha inseriti nella Chiesa che, come ricorda Papa Francesco, “non è una élite dei sacerdoti, dei consacrati, dei vescovi…” ma nella quale “tutti formano il Santo Popolo fedele di Dio”[1]. Popolo che essendo unto con la grazia dello Spirito Santo richiede da parte nostra molta attenzione all’unzione che ha ricevuto nel momento di riflettere, pensare, valutare, discernere[2].

Davanti e questo popolo che amiamo e al quale apparteniamo tra poco rinnoveremo gli impegni assunti al momento dell’ordinazione e poi saranno benedetti gli Oli degli Infermi, dei Catecumeni ed il Crisma proprio a significare come siano intrinsecamente legati tra loro sacerdozio comune dei fedeli e sacerdozio ordinato.

3. Le quattro perseveranze

Quest’anno vorrei che ci guidasse nella nostra riflessione il primo dei tre sommari sulla vita della comunità cristiana che l’evangelista Luca riporta negli Atti degli Apostoli[3]. Esso descrive la vita di tutti i credenti che stanno insieme non per semplici legami parentali, affettivi o di amicizia ma perché condividono la stessa fede e persistono, perseverano nella decisione assunta affinchè quando il Figlio dell’uomo tornerà trovi ancora la fede sulla terra[4]. Il sommario inizia così: “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli e nell’unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere” (At 2,42).

In questo sommario ci sono quattro perseveranze che se sono di tutta la comunità cristiana, comunità composta di persone che hanno deciso di appartenere ad essa e non comunità di persone che vi appartengono perché sono semplicemente nate così, come uno è italiano perché è nato i Italia o tedesco perché è nato in Germania…sono particolarmente impegnative per noi che tra i battezzati siamo stati chiamati al presbiterato.

4. Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli

La prima perseveranza riguarda l’insegnamento degli apostoli. “Erano assidui nell’ascoltare l’insegnamento degli apostoli” (At 2,42). E che cosa insegnavano gli apostoli? Non tanto una dottrina ma quello che Gesù ha fatto, come ha vissuto da Figlio e da fratello. Come Dio è amore, come questo amore si sia incarnato e comunicato a noi nel Figlio che desidera che viviamo di Lui, che siamo uguali a Lui. Come in ogni amore, anche il Padre, nel suo Figlio Gesù, ci comunica se stesso affinché l’uomo, anche il più peccatore, riscopra la sua dignità. In fondo, nella logica dell’amore, c’è proprio questa volontà di scambio reciproco di ciò che costituisce la nostra essenza. Cari confratelli, ogni domenica, ogni giorno, noi siamo chiamati ad ascoltare e nello stesso tempo ad annunciare il Vangelo, la bella notizia che ha come nucleo che il Signore Risorto vuole comunicarci il suo amore, il suo perdono, la sua dignità di figli nonostante noi, la vita eterna! 

Quanto ascoltiamo? Come ascoltiamo? Non è irrilevante ascoltare o non ascoltare, prima di insegnare, ciò che il Vangelo vuole dire al nostro cuore, come ci chiami a conversione riempiendoci dell’Amore del Risorto. Perché soltanto così il nostro annuncio sarà fatto non di belle parole ma di vita vissuta nella gioia, nella bontà verso il prossimo, nell’amore che perdona anche il male ricevuto. Domandiamoci: quanto tempo diamo nella nostra giornata all’ascolto del Vangelo, della Parola di Dio letta con la Chiesa e nella Chiesa? E questo non tanto per fare prediche o catechesi dotte ma per trasmettere ai nostri fratelli appartenenti al medesimo popolo di Dio ciò che con perseveranza, non per mezz’ora ogni tanto… ma con fedeltà, lungo i giorni della vita, abbiamo ascoltato e ascoltiamo, ossia appreso dell’Amore di Dio. Quell’Amore che è diventato e deve sempre più diventare nostro stile di vita, vita di gente che sa sperare e diffondere speranza perché sa di essere amata per sempre da Colui che ci ha creati e redenti in Cristo.

5. Erano assidui nell’unione fraterna

La seconda perseveranza concerne la comunione fraterna. Ossia il condividere la stessa fede e lo stesso progetto di vita. Un’intesa che se lega tutti i credenti in Cristo mediante lo Spirito unendoli tra loro fino a condividere i beni materiali, deve impegnare a maggior titolo noi che tra il popolo di Dio siamo stati scelti per essere suoi ministri. Per noi, la comunione fraterna, si chiama fraternità presbiterale che nasce dall’aver ricevuto il medesimo sacramento dell’Ordine. Quando un diacono viene ordinato prete, infatti, non viene ordinato prete per conto suo, ma entra in un presbiterio, si lega concretamente a un Vescovo: “Prometti a me e ai miei successori filiale rispetto e obbedienza?”. E il discorso non è tanto giuridico, ma riguarda una comunione che deve costituirsi. Il Vescovo, infatti, è responsabile del cammino di fede di una comunità e per gestire questa responsabilità ha bisogno di un presbiterio, perché evidentemente un Vescovo senza i preti non riesce a far niente; ma i preti stanno lì, nel presbiterio, proprio per questo: per costruire un’unica realtà insieme con il Vescovo e quindi per gestire insieme il servizio pastorale a una Chiesa, a una Diocesi!

Se questo è vero, allora c’è innanzitutto una questione di fraternità, cioè di considerarci membri di una medesima famiglia; e lì dobbiamo imparare come si vivono i rapporti tra preti e tra preti e Vescovo, ecc. Che siano rapporti fraterni, di comunione, di scambio, di stima reciproca, di affetto, mai di divisione, mai di quelle critiche aspre o negative che non costruiscono nulla ma creano solo dei risentimenti! Se vogliamo essere preti dobbiamo andare in questa direzione, non ce ne è un’altra, non esistono dei preti “battitori liberi”, non sono mai esistiti nella Chiesa. I preti sono sempre esistiti insieme e attorno con il Vescovo, con un unico legame di fraternità ed anche di corresponsabilità.

Cerco di spiegarmi. Un prete, in concreto, viene messo a servizio di una comunità parrocchiale ma non gli si consegna un feudo… dobbiamo andare al di là di questo modo di pensare affinché il parroco della tal parrocchia si senta responsabile del cammino della Diocesi e non solo della sua parrocchia. Tutto quello che avviene o non avviene nella Diocesi è responsabilità anche sua. Certamente la prima responsabilità è del Vescovo, ma che come dicevo non è da solo ma che esiste solo in un presbiterio e con un presbiterio; allora la responsabilità è comune. Cari sacerdoti io ho bisogno di questo! Di sentire che condividete con me questa corresponsabilità! Non perché non abbia energie e un sistema nervoso per ora ancora abbastanza solido, ma perché ho necessità di sapere che intorno a me ci sono i miei preti, tutti i miei preti – nessuno si senta escluso – che si sentono corresponsabili della vita diocesana e che quando c’è un problema, per quanto possibile, lo risolviamo insieme anche se, chiaramente, l’ultima parola spetta al Vescovo ma in un’ottica di fraternità e corresponsabilità.

6. Erano assidui nella frazione del pane

La terza perseveranza riguarda la “frazione del pane”. Espressione con la quale i Vangeli narrano l’istituzione dell’Eucaristia. Eucaristia che siamo chiamati a celebrare con e per il nostro popolo come massimo gesto di evangelizzazione perché lì c’è l’amore di Dio donato a tutti noi – anche a noi che presiediamo l’Eucaristia… -, un amore donato nella vita spezzata del Signore. Vorrei, però, che oggi ci domandassimo se le Eucaristie che celebriamo siano veramente capaci di far percepire la fede in coloro che vi partecipano. Se siano capaci di far capire cosa significhi credere in Gesù Cristo ed essere Chiesa, Chiesa che nasce, cresce e si edifica nell’Eucaristia. Tutto ciò non è automatico. Non è un ripetersi veloce di gesti che non chiedono l’adesione del cuore. Cari sacerdoti vi chiedo di preparare con cura le celebrazioni dell’Eucaristia e che in esse siano valorizzati gli elementi fondamentali affinché la celebrazione della Messa faccia comprendere a coloro che vi partecipano come Dio li ami, cosa significhi credere, cosa voglia dire appartenere ad una comunità cristiana. Se la gente che alla mattina parte dalla propria abitazione, convocata dal Risorto, per trovarsi insieme nella chiesa per celebrare l’Eucaristia, non fa esperienza di Chiesa vuol dire che qualcosa non funziona ed allora occorre riflettere su ciò che facciamo, correggerlo se necessario, programmare bene e per tempo la celebrazione perché tutti possano comprendere la Parola di Dio proclamata e spezzare il pane nella gioia per poi uscire dalla chiesa per profumare il mondo della pace, dono del Cristo Risorto!

7. Erano assidui nelle preghiere

La quarta perseveranza riguarda “le preghiere”. La comunità degli Atti era perseverante nelle preghiere. Il plurale non vuol dire un ripetersi di formule ma indica una prassi regolare della preghiera da parte dei discepoli di Gesù per disporsi ai doni dello Spirito, per la missione, in clima di persecuzione, per chiedere il coraggio dell’annuncio, per affidarsi alla volontà di Dio e morire fiduciosamente nella comunione con il Signore[5].

Una prassi regolare di ascolto di Dio. Nella preghiera cristiana, infatti, Dio precede ogni nostro sforzo. Prima che lo cerchiamo è Lui che ci cerca, prima che gli rispondiamo è Lui che ci chiama, prima che gli offriamo la nostra attenzione e la nostra vita è Lui che nella preghiera ci fa sentire come ci ami in maniera gratuita e preveniente. Ma occorre che la preghiera sia alla base della nostra vita e del nostro ministero. Nel nostro mondo dove siamo pieni di cose da fare, cose anche buone – intendiamoci – ma dove con troppa facilità diciamo che non abbiamo più tempo per pregare, nella nostra vita di preti deve apparire con chiarezza il fatto che prendiamo Dio sul serio. Se per tutti i cristiani valgono le parole di Paolo ai Galati: “non ci si può prendere gioco di Dio” (Gal 6,7) questo vale a maggior ragione per noi perché se non prendiamo Dio sul serio e non abbiamo un rapporto di ascolto vero con Lui rischiamo grosso. Rischiamo alla grande perché una vita che assume l’obbligo della castità, che rinuncia all’accumulo dei soldi e decide di vivere poveramente, che pone al centro l’obbedienza e quindi rinuncia a una realizzazione che sia autonoma e autosufficiente; o ha un forte senso di Dio, un fortissimo rapporto con Lui oppure rischia di sfociare in una esistenza fallita, triste, avvilita e che trova altrove compensazioni per vivacchiare. Non aver tempo per pregare significa che il tempo diventa il nostro idolo. Occorre dunque che riusciamo a dominare il tempo per aprirci a Dio, ascoltare la sua voce, fare memoria del passato e vivere il presente e progettare il futuro con Lui. Su questo, cari fratelli sacerdoti, dobbiamo puntare insistentemente e dare il primato alla preghiera personale e comunitaria nella nostra vita. La preghiera che è incontro con Dio, con il suo Spirito che ci anima e che ci fa diventare più uomini, uomini come Lui ci ha voluti e creati, a immagine del suo Figlio Gesù Cristo.

8. Dalle “quattro perseveranze” l’amore che ci rende credibili ed attraenti

Se saremo uomini delle “quattro perseveranze” appena elencate: dell’ascolto dell’insegnamento degli apostoli, dell’unione fraterna, della frazione del pane e delle preghiere otterremo i grandi frutti della pace del cuore, della carità, dell’amore verso i fratelli e verso Dio. Otterremo quel frutto della preghiera che è l’amore, che è in fondo Dio stesso. E quando Dio dimora in noi siamo più saldi davanti agli assalti del male e più forti nelle prove e poiché consapevoli che nessuno potrà mai separarci dall’amore di Dio, saremo anche capaci di trovare pace e, in pace, relazionarci con tutti, con il nostro popolo al quale apparteniamo perché con esso camminiamo alla sequela del Signore e ad esso indichiamo con pazienza, rispetto, ascolto vero, discernimento, la via migliore per seguire il Signore, per vivere una autentica vita cristiana lodando Dio e godendo della simpatia di tutto il popolo, felici perché sicuramente non vedremo una Chiesa in diminuzione numerica e di rilevanza ma che crescerà perché se tenteremo di vivere le “quattro perseveranze”, se andremo all’essenza della vita cristiana e presbiterale, il Signore, ogni giorno, aggiungerà alla comunità altri fratelli e sorelle, ci benedirà con il dono di nuove vocazioni sacerdotali e la Chiesa continuerà ad incantare di meraviglia i cristiani di ogni tempo. A noi, con l’aiuto dello Spirito del Signore che ci ha presi al suo totale servizio e che con Cristo e come Cristo ci manda per portare il lieto annunzio ai miseri e a fasciare le piaghe dei cuori spezzati, il compito di rivestire di concretezza storica il sogno che rappresenta per tutti la comunità cristiana descritta negli Atti degli Apostoli. Amen.    

[1] Papa Francesco, Lettera al Card. Marc Ouellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016.

[2] Cfr Papa Francesco, Lettera al Card. Marc Iuellet, Presidente della Pontificia Commissione per l’America Latina, 19 marzo 2016.

[3] E’ il libro biblico che ha guidato le comunità della Diocesi nell’anno pastorale 2016-2017.

[4] Cfr Lc 18,8

[5] Cfr At 7,59

Questo sito utilizza cookie per fornire una migliore esperienza di navigazione. Proseguendo ne autorizzi l'uso.